Dopo aver  letto “Lei” di Nicolò Targhetta mi sono venute un sacco di domande per l’autore.

Mi ero imbattuta tempo fa nella sua pagina Facebook “Non è successo niente” che poi è diventato un libro edito da BeccoGiallo Edizioni e anche uno spettacolo teatrale. Nicolò ha raccolto tantissimi consensi e utenti scrivendo post lunghissimi, quasi andando contro a quelle che abbiamo imparato essere le regole del web.

Come sempre il mio desiderio di andare oltre la scrittura, di leggere fuori dalle righe mi ha portata ad una lunga chiacchierata con Nicolò.

Il suo senso dell’ironia e il suo disincanto sono gli ingredienti che, a mio avviso,  Nicolò ha portato anche nel libro. I dialoghi, il suo punto di forza oltre ad una tenacia e ad una grande volontà nel fare vari lavori pur di continuare a trovare la sua strada nella scrittura.

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Sei stato definito il prodigio della rete grazie al tuo “Non è successo niente” partito da Facebook e poi diventato un libro e uno spettacolo teatrale. Tu come ti definiresti? Un uomo con un po’ troppe ciabatte.
Ascolta, caliamo subito la maschera, ogni volta che qualche povera anima delirante mi definisce “prodigio”, “fenomeno” o “generazionale” io mi picchio contro il muro come Dobby l’Elfo Domestico. È un bel momento, durante il quale sto ottenendo qualche piacevole soddisfazione, questo non cambia il nocciolo di insicurezza, disagio e inadeguatezza che mi porterò dietro per tutta la vita.

I tuoi testi su FB sono lunghi, lontani dal concetto di scarsa attenzione della rete, cosa a tuo avviso ha incollato i lettori sulle tue parole? È una domanda per la quale faccio ancora fatica a trovare una risposta adeguata. Sono lettori che hanno fatto uno sforzo enorme e inaspettato visti i tempi, quello di darmi fiducia, di decidere che valeva la pena ascoltare le storie prolisse di questo tipetto dubitoso e seguire una pagina che non offre alternative al leggermi. Sono rassegnato al fatto che non riuscirò mai a ringraziarli come si deve.

Quanto è nata la tua passione per la scrittura? A forza di leggere, arriva un momento nel quale decidi che “puoi farlo anche tu”. Ovviamente non è vero. Solo che se sei abbastanza babbeo ci metti così tanti anni a capirlo che alla fine riesci a farlo anche tu.

Oltre a scrivere, di cosa di occupi nella vita “vera”? Ho fatto tutti i lavori da regime dei minimi. Ufficio stampa, copywriter, social media manager, webmaster, videomaker. Se è una professione che a un certo punto prevede di confrontarsi con la frase “una modifica in più che ti costa?”, ce l’ho nel curriculum.

Qual è l’esperienza, il libro, l’episodio che ti ha formato di più nella vita? Come episodio direi sicuramente la chiusura degli anni dell’università, dove in un certo senso finivano i binari, e l’inizio della navigazione a vista nel mondo del lavoro. Il momento, cioè, in cui ho cominciato a non riuscire più a soddisfare le aspettative dei miei genitori.
Il libro a cui invece solo molto legato è, in realtà, un racconto breve: “Un giorno ideale per i pescibanana” di Salinger. È racconto terribile, cupo e spaventoso travestito da storia quotidiana. Il primo testo che mi ha fatto percepire distintamente il potere deflagrante che può avere la giusta successione di parole.

Nicolò passiamo ora a “Lei”, innanzitutto dalla copertina che è splendida. Come sei arrivato a definirla? La copertina è un piccolo capolavoro di quell’artista eccezionale che è Giovanni Esposito, in arte Quasirosso. Abbiamo avuto il piacere di conoscerci al Lucca Comics e di scoprirci fan l’uno dell’altro. Giovanni ha letto il libro in anteprima, ne abbiamo parlato brevemente, e l’idea della ragazza sul fondo della piscina, come tutte le buone idee, è nata con grande semplicità. Quando uno pubblica il suo primo romanzo vorrebbe che tutto fosse perfetto, nel mio caso la copertina sicuramente lo è.

 

L’incipit è piuttosto curioso. Brutta Testa di Ca..o, sono i primi tre capitoli. Cosa volevi trasmettere con queste 3 parole proprio all’inizio del libro? È un urlo. L’urlo che in “Non è Successo Niente” non c’è mai, che viene somatizzato, seppellito dalle buffe scemenze di ogni giorno, qui apre il discorso. È l’incazzatura di una generazione, quella che non è riuscita a tenere il passo con le proprie aspettative e quelle degli altri. È, inoltre, un insulto con un destinatario lasciato volutamente ambiguo così che può intendersi rivolto sia verso l’esterno che verso l’interno come profonda, estrema autocritica per non essere riusciti a realizzare i propri sogni.

Come è nata la storia di Lei? Avevi un plot oppure il personaggio si è creato tra le righe? Lei nasce da “Non è Successo Niente”. È un personaggio del cast, per così dire, la ragazza di lui, posata e con i piedi per terra che fa da contraltare alla banda di debosciati che infesta le mie storie. Il fatto è che, a me, Lei è sempre piaciuta moltissimo. Mi piace la sua concretezza, la sua maturità, il suo essere fragile con dignità e ironia (non a caso, in “Non è Successo Niente” è sempre maiuscola). Così quando mi è stato proposto di scrivere un libro non ho avuto molti dubbi su quale personaggio valesse la pena approfondire.

Lei parla con gli oggetti, perché questa scelta? Per due motivi. Da una parte, il dialogo è sempre la mia forma privilegiata e dunque serviva una dinamica che permettesse scambi di battute divertenti e surreali.
Dall’altra, la scelta di usare il discorso diretto solo per le interazioni con gli oggetti, aiuta a sottolineare la condizione di progressivo isolamento che caratterizza Lei e che la allontana sempre di più dal resto delle persone che abitano il romanzo.

Lei ha un forte bisogno di esprimersi e non ci riesce, quanto c’è di te in Lei? Tantissimo, a volte troppo. Sia “Non è Successo Niente” che “Lei” parlano di comunicazione o, meglio, della sua assenza. Di quei momenti della vita durante i quali non riusciamo a costruire un dialogo vero, a relazionarci, a chiedere aiuto. “Non è Successo Niente” era proprio questo, una frase che sembra indicare calma piatta mentre in realtà è un timido segnale d’allarme. In “Lei” la questione viene ripresa raccontando di una ragazza che opacizza il resto del mondo, inizia ad andare alla deriva e quando prova a chiedere aiuto scopre che non ci riesce.

C’è molta introspezione nel romanzo e una sincerità e trasparenza nei messaggi. Cosa hanno detto coloro che ti stanno vicino dopo aver letto le tue parole? Ottima domanda. Direi la Juve, perché di famiglia siamo sempre stati…  va bene, va bene, rispondo.
Devo essere sincero, mi ero preparato al peggio perché alcuni personaggi sono spudoratamente reali e non sempre trattati benissimo. Invece sono stato sorpreso da come il libro sia stato apprezzato. Magari perché hanno colto le mie buone intenzioni sotto la sincerità suicida, magari perché non ho risparmiato neanche me da un giudizio severo, chissà. Per rispondere alla tua domanda, parlo ancora con tutti.

Ci sono molti passaggi grotteschi e surreali che mi hanno un po’ ricordato Woody Allen, cosa ne pensi di questa mia associazione? Sono onorato, ma evidentemente tu sei pazza.

“Mai accontentarsi della felicità” (pag251). La felicità cosa è per te? È un momento, uno stato temporaneo che dobbiamo imparare a riconoscere e godere, ma non può e non deve diventare il traguardo a cui ambire disperatamente.

La possibilità di far pace con le proprie incertezze e fragilità di Lei è un traguardo difficile a mio avviso. Tu a che punto sei di questo percorso? Scrivere un romanzo del genere ha sicuramente aiutato. Tutto quello che scrivo ha a che fare col tentativo di dichiarare inalienabile il diritto alla fragilità, il diritto a non essere perfetti, a non soddisfare le aspettative. Non so se sia la strada giusta, ma da quando ho cominciato a rassegnarmi a considerare cose come l’incertezza, la paura e la debolezza parti integranti della mia persona, sono riuscito persino a realizzare qualche piccolo sogno.

Possiamo parlare (pag 253) della legittimazione (finalmente) delle proprie incertezze e fragilità? Sicuramente e, aggiungerei, della loro tutela. C’è grande poesia e una certa bellezza nell’essere orgogliosamente inadeguati.

Evviva quindi l’essere noi stessi, in tutti i sensi!

 

2 commenti su “Da facebook a scrittore: Nicolò Targhetta”

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