Ho conosciuto Emanuela Canepa a una presentazione di Rosella Postorino. Eravamo sedute accanto e abbiamo iniziato a parlare, di scrittura, di lettura, di donne. Solo alla fine Ivano Porpora (con la sua simpatica modalità di spiegare i libri) ha accennato al fatto che Emanuela avrebbe pubblicato un libro dopo qualche mese. Emanuela mi ha colpito subito, una donna molto intelligente, colta, di una umanità sorprendente. Ecco che, subito dopo aver letto il suo libro, “L’animale femmina” ed. Einaudi l’ho intervistata. Come sempre sotto gli spunti di lettura.

Come e quando è nato il tuo desiderio di scrivere? Hai frequentato corsi di scrittura? Scrivo da sempre, ma soprattutto nella forma di blog e social. Mi divertono molto, mi hanno fatto conoscere persone con cui ho rapporti importanti e profondi, ma sul lungo periodo ho paura che dovrò prendere le distanze. Mi fanno perdere troppo tempo e soprattutto è un tipo di scrittura che non ha niente a che fare con quella narrativa.

Ho frequentato due scuole di scrittura, la Palomar di Rovigo, diretta da Mattia Signorini, e la Virginia Woolf di Padova, la scuola della Lìbrati, la Libreria delle Donne, diretta da Laura Capuzzo e Ilaria Durigon.

Ci sono aspetti di Rosita che ti rappresentano? Alcuni, ma non molti. Come lei non sono presenzialista e sto benissimo da sola. E mi appassiono alle cose, allo studio, alla possibilità di capire. Sono sempre innamorata di un argomento, e grata a chiunque mi accenda.

Rosita dice “Perché sapevo che là dentro sarei morta, E io invece volevo vivere”. Cosa ti rende viva? La vibrazione della verità, direi, in prossimità di qualsiasi fenomeno. Quindi la gente che non mente su se stessa e che si tiene lontana dai convenevoli, dalle chiacchiere di circostanza, dai suoni per riempire il silenzio. Quelli che capiscono subito che non occorre conoscersi dai tempi della Magna Charta per parlare di sé senza le trappole tristissime della socialità o del buon gusto, e che non si dimenticano che la vita è breve, e che perderla con stare dietro alle banalità è un peccato grave.

A proposito di pregiudizi (p 67), pensi che nel mondo letterario ci siano pregiudizi verso donne scrittrici? Sì, ma non lo dico volentieri perché affermarlo presuppone quasi implicitamente schierarsi in termini di militanza, e la militanza è una dimensione non molto conforme al mio animus mistico. Credo lo dichiarino in maniera abbastanza esplicita le statistiche dei premi letterari, no? Non mi risulta che ci sia premio importante in cui le assegnazioni del titolo alle donne superino il 25 %. Io leggo molti libri brutti e molti libri belli, e tutta questa sperequazione a favore della bellezza dei romanzi scritti da uomini o bruttezza di quelli scritti da donne non la riscontro. Qualche domanda me la farei.

“La felicità di una donna non è mai quello che c’è…”. Per te cosa è la felicità? Forse è più facile rispondere per opposizione. Posso dirti cosa non lo è. La cialtroneria, che mi fa orrore a tutti i livelli, e la sordità emozionale. Vale il discorso di prima: la vita è breve. Possibile che dobbiamo sprecarla a nasconderci?

Io leggo sempre i ringraziamenti dei libri. Tu citi Roberto tuo marito e dici “ero forte abbastanza per restare in piedi anche da sola, ma la felicità è un’altra cosa”. Quali sono gli aspetti che, invece, ti rendono meno forte? Anche io leggo sempre i ringraziamenti. Mi fanno pensare che un libro è comunque un percorso collettivo, una cosa che senza l’aiuto degli altri, o anche solo la loro presenza, non esisterebbe o comunque non avrebbe la stessa forma.

Mi indebolisce l’ansia, che mi tormenta spesso, su tutto. Se mi distraggo un attimo sono capace di seguire il filo di pensieri che diventano apocalittici all’istante, in una fiammata. Ma sono sempre stata così ed è una cosa che ho imparato a gestire. Oggi ho una personalità fortemente dissociata: prefiguro i peggiori disastri ma vado lo stesso incontro al baratro, perché mi pare l’unico modo sensato di vivere. Poi, quando arrivo in fondo, il baratro non c’è mai, oppure retrocede. In ogni caso si sopravvive.

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Sottolineando:

– un libro che non puoi perdere: si parla di risalita, di riscatto, di coraggio nonostante le sofferenze dell’anima;

– Il non detto del libro è una chiave di lettura che ti incolla alla pagina;

– La sincerità e la gentilezza di Emanuela ne fanno una grande donna, una amica ideale. Il suo stile asciutto, che non si perde in smancerie e falsi pudori la rendono una scrittrice che parla di donne e di pregiudizi in modo nuovo, in una storia ben strutturata tra il passato e il presente.

Foto di Basso Cannarsa

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