Ho incontrato a Milano Joël Dicker l’autore di “La verità sul caso Harry Quebert” che ha appena pubblicato per La Nave di Teseo “La scomparsa di Stéfanie Mailer”.

Abbiamo parlato di letteratura, di cibo, di vita e anche del cane. Siccome a lui la mai Glee è piaciuta molto, abbiamo fatto una foto tutti insieme.

Nel tuo libro La verità sul caso Henry Quebert hai fatto molte riflessioni sulla letteratura e sul mestiere della scrittura, cosa è per te essere scrittore? Tra Henry e questo libro sono trascorsi solo sei anni, ed è troppo presto per capire cosa siano separatamente i due romanzi. Credo che tutti i miei libri vadano letti insieme. Io spesso mi faccio domande sull’essere scrittore, anche perché molte delle mie opere sono state rifiutate dagli editori, quindi mi chiedo: “Sono uno scrittore quando il lettore mi riconosce perché ho pubblicato, oppure ero uno scrittore anche prima?”. Mentre per essere medico, pittore, calciatore c’è una formazione precisa, nulla attesta che tu sia davvero uno scrittore, così mi faccio un sacco di domande. Quando scrivevo il libro di Henry mi chiedevo se sarei riuscito un giorno a vivere di scrittura, solo dopo il successo di pubblico posso dire che sì, scrivere è diventato il mio lavoro. Nonostante questo, continuo a riflettere sul lavoro di chi scrive, mi faccio domande sul posto della lettura, sui giornali, sulla tendenza a guardare i reality. E in quest’ottica, tutti i miei libri sono inseriti in una stessa dinamica e tutti collegati.

Come è il tuo processo di scrittura? Scrivo senza un piano, questo però non esclude che in futuro le cose possano cambiare. Per ora non voglio un piano precostituito. Non avere una struttura è un aiuto che mi consente di avere maggior libertà per muovermi. Ho l’impressione che il piano mi limiti, senza un plot posso andare più lontano. Quindi è una forma di libertà che, nel mio modo di vedere, è uguale a fiction. Sto infatti cercando allontanarmi sempre di più dal raccontare di me stesso, proprio per scrivere tutto come se fosse fiction, ma certo è un processo lungo.

Come tieni il filo delle storie che sono sempre molto intrecciate? Sono facilitato a non avere una struttura, altrimenti mi ci perderei pure io. Mi metto nei panni del lettore, scopro il libro man mano che lo scrivo. Se io mi ci ritrovo mentre scrivo anche il lettore lo farà, se io dovessi cercare appigli negli appunti chissà cosa farebbe allora il lettore! Del resto nella vita di ognuno conosciamo persone e le riconosciamo senza classificarle e senza schede anagrafiche. La prima volta che incontriamo un personaggio, lo si presenta, ma poi il lettore continuerà a ricordarlo nella trama con le sue caratteristiche.

Il primo libro era ambientato nel Maine, quest’ultimo nello stato di New York. Che ruolo hanno questi luoghi per te e per la tua scrittura? Conosco bene il Maine perché ci andavo molto spesso quando ero più giovane, ora frequento di più New York. Sono luoghi che mi appartengono, ma mi consentono di mettere distanza tra me e quello che voglio scrivere. Se parlassi di Ginevra, la città nella quale abito, non avrei la libertà di inventare.

Qual è il tuo apporto con i social network? Per me i social nel 2018 sono un mezzo per restare in contatto con il lettore. Attraverso i social parlo e discuto con chi mi legge, c’è un autentico scambio. Non uso però i social per parlare del mio privato, perché credo che questo non interessi. L’aspetto più rilevante è il fatto che riesco a focalizzare l’attenzione sui libri e sulla letteratura.

Sottolineando

– Scrivere senza una traccia consente all’autore di essere più libero (almeno per J ) nella trama e nella costruzione dei personaggi.

– Se hai voglia di un giallo ricco di colpi scena che ti tenga sempre col fiato sospeso questo libro è perfetto.

– Conoscere j è stato molto piacevole, una disponibilità, e una semplicità di approccio veramente raro, soprattutto in Italia.

Intervista pubblicata su CriticaLetteraria (ma con foto più serie).

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