L’altra volta sono stata in casa e all’ospedale per 4 mesi consecutivi.

Dovevo stare a letto, tutto il giorno, mi alzavo per mangiare ma solo per poco, poi di nuovo sdraiata. Poi la situazione è peggiorata e sono stata all’ospedale, sempre a letto, ma con una flebo per 24 ore e per 4 settimane.

Ero incinta. Può sembrare una bella situazione, una gioia. Forse. Ma io in quei mesi stavo malissimo, sia fisicamente che moralmente. Dovevo contare i movimenti nella pancia…erano sempre di meno, dovevo controllare il peso…pesavo sempre di meno. Non riuscivo a distrarmi, il mio pensiero sulla vita che portavo in me era diventato ossessivo. Mi sentivo in colpa, impotente ed immobile.

Non vedevo la fine del tunnel, la nascita non era sicura e soprattutto non sapevo come sarebbe nata quella creatura che, a fatica, facevo crescere dentro di me.

In ospedale ero monitorata continuamente, esami, flebo, pastiglie, pressione, esami, flebo…tutto il giorno, sempre gli stessi odori, di medicine, disinfettanti, di ospedale. E i giorni erano infiniti, non passavano mai, io li contavo ogni giorno, perché ogni giorno in più dentro la pancia poteva essere un maggior spiraglio di vita per la mia piccolissima bimba.

Poche persone mi hanno vista in quel periodo, ero una specie di mostro bianco con un pochino di pancia, avevo gli occhi spenti e spesso tremavo per l’ansia, la paura, per quel senso di non conoscere cosa sarebbe successo.

Poi le settimane sono passate e ad un certo punto lei non poteva più stare in me, stava troppo male, il battito era sempre più debole e nessuna crescita di peso. E così “Signora dobbiamo farla nascere”: poche parole, tante incertezze.

Molto prima del termine lei è nata, e io ero più preoccupata di prima. Era piccola, sottopeso e all’inizio isolata in terapia intensiva.

Sono stati giorni bui, io ero debolissima, non mi reggevo in piedi, mi sentivo in una nuvola. Non sapevo cosa pensare e chiedevo ossessivamente ai medici come stava la mia eroina.

Sì una piccola eroina, che giorno dopo giorno cresceva…stava meglio fuori che dentro. Una brutta sensazione per una mamma.

Per vederla, ogni volta, dovevo disinfettare le mani col betadine, e un’altra soluzione, dopo 5 giorni le mani erano un taglio unico.

Dopo 4 settimane siamo tornate a casa, ma eravamo ancora abbastanza sole, la piccola non aveva difese immunitarie, per lei ammalarsi sarebbe stato un problema.  E poi….e poi solo dopo tante settimane e tanti esami lei è nata, per me è nata davvero quando i medici mi hanno assicurato che non avrebbe riportato conseguenze.

Questi giorni di chiusura forzata mi hanno fatto ritornare alla mente quei momenti. Alla fine la luce in fondo al tunnel è arrivata. Arriverà anche questa volta e la vita, sarà diversa dalla precedente, ma ci sarà.

10 commenti su “L’altra quarantena era per una nuova vita”

  1. E lei, la Chiara, giorno dopo giorno, è diventata sempre più bella, intelligente e dinamica. Una meraviglia da laurea con 110 e lode.
    Se si devono attraversare tunnel per questi esiti, stiamo seriamente al gioco che ci chiedono oggi.

  2. Leggendo le tue parole ho ricordato la mia gravidanza, molto difficile anche se non al livello della tua, che è stata veramente durissima per i motivi che hai descritto. La speranza che alla fine di questo tunnel che stiamo vivendo in tantissimi, ormai tutto il mondo, ci sia la luce, penso che sia la speranza di tutti. Il mio pensiero va alle tante persone che purtroppo quella luce non potranno mai vederla e alle loro famiglie per le quali sarà più dura vederla. “ANDRÀ TUTTO BENE” è il motto che si vede sempre più spesso ai balconi, nelle foto e in tanti altri modi, un motto che è la speranza di arrivare alla fine del tunnel al più presto e di vedere nuovamente la luce. Grazie per le tue parole. Un caro saluto, Patrizia

    1. Cara Patrizia, se hai vissuto anche se solo in parte quello che descrivo, mi capirai benissimo. Poi alla fine del tunnel c’è stata la vita! Speriamo che ANDRA’ TUTTO BENE.
      Un abbraccio

  3. newwhitebear

    un tunnel veramente buio e angoscioso quello che hai passato per la tua bipede.
    Questo è collettivo, perché coinvolge tutti noi che abbiamo un’unica difesa: limitare i contatti fisici umani.
    Dal tunnel ne usciremo e spero che lo sia per tutti noi.
    Un abbraccio

    1. Davvero speriamo di vedere la luce in fondo a questo tunnel collettivo….che sembra sempre più lungo!
      Un abbraccio
      ele

  4. Un’altra storia di quarantene con un lieto fine e a questo si deve pensare.
    Ne usciremo, provati e distrutti magari anche cambiati in meglio ma ne usciremo

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